Se non avete visto questo film, come nel caso di Muriel tanto vale smettere di leggere (si consiglia di cliccare su play per avere una colonna sonora degna durante la lettura del post). E morì con un felafel in mano è uno di quei filmetti che si amano alla prima visione. Diretto da Richard Lowenstein, che grazie a perigrazioni su imdb.com ho scoperto essere il regista di un lungometraggio che ho adorato da ragazzina, presentato a qualche Giffoni Say a Little Prayer, che parlava dell’amicizia fra una malata di Aids e un bambino… uno di quei film che vedi in qualche noioso pomeriggio estivo e ti entra dentro.
In E morì con un felafel in mano seguiamo l’aspirante scrittore Danny cambiare tre case nell’arco di un anno (credo): Brisbane, poi Melbourne e infine Sydney, fra una partita di golf con rospi, un sabba organizzato in giardino, un amico drogato (Syd, lui è quello che muore con la pietanza turca in mano mentre ascolta la sempre splendida Golden Brown) e un’amica bisex che è disperatamente innamorata di lui. Oltre a rendere omaggio a Solaris in una splendida scena, questo film entra di diritto nel pantheon dei miei film preferiti e spero che non pioverà così quando arriverò a Melbourne.
Otis: How exactly do you mean gaga?
Danny: Gaga. Insane, beserk, talking in tongues, you know… gaga.
Danny ha una macchina da scrivere, anch’io ne avevo una, le foto che ha sulla sua bacheca (apparentemente l’unica cosa che possiede) potrebbero essere appese sul muro di casa mia: Anna Karina, Jean Paul Belmondo, Jean-Paul Sartre…
I wasn’t allowed to moan because it sounded like a cliché. I wasn’t allowed to gasp because it sounded like a cliché. I wasn’t allowed to say, ‘I love you’ because it sounded like a cliché! How do you climax without it sounding like a cliché?
